Badanti: la vita sospesa tra due famiglie
dicembre, 2010
di Caterina Tonon
Lo sportello per le assistenti familiari di via Reverberi è nato poco più di un anno fa dalla sinergia di diversi attori sociali pubblici e privati, come il Comune di Reggio Emilia e il Ceis, il Centro di solidarietà diretto da don Giuseppe Dossetti. Al mattino il corridoio davanti all’ufficio è affollato: ci sono italiani in cerca di un aiuto domestico e diverse donne, la maggior parte delle quali dell’Est Europa, iscritte nelle liste d’attesa per lavorare come badanti.
È lì che incontro Anastasia, Lela e Manana, arrivate dalla Georgia. Sono preoccupate per l’intervista, non sanno se saranno in grado di darmi le informazioni che cerco, in una lingua che non dominano perfettamente. Spiego loro che mi interessa solo conoscere la loro storia e l’esperienza qui in Italia. Rassicurate, cominciano a raccontare.
Anastasia è a Reggio da due settimane e sta cercando lavoro. “Sono in Italia da due anni. Prima vivevo a Bari, dove assistevo un’anziana con l’Alzheimer. A dicembre, quando è mancata, ho deciso di spostarmi qui, dove vive mia cugina. Divido una casa con altri georgiani, per dormire pago 5 euro a notte”. In Georgia Anastasia ha lasciato i genitori e tre fratelli. “Facevo la pediatra, ma il mio stipendio non bastava per mantenerli. Mia madre guadagna pochissimo, mio padre è malato. La situazione da noi è dura: i salari sono bassi, c’è la guerra, non funziona nulla. Per vivere servono almeno 500 euro, ma gli stipendi non superano mai i 120. Sono partita con un visto turistico, mi è costato 4000 euro. È la mafia a gestirne l’assegnazione. In altri paesi, come l’Ucraina, il governo favorisce l’emigrazione, mentre da noi non c’è nessun aiuto. Non veniamo qui per fare qualcosa di male, vogliamo solo lavorare”. In Italia per le badanti la vita è difficile: “Chi non lavora, non mangia. Il lavoro è faticoso, gli anziani sono nervosi, ci vuole una pazienza infinita. Bisognerebbe riposare la testa, ma è impossibile. Con le mie amiche nel tempo libero ci incontriamo ai giardini. Parliamo, giriamo per negozi, mangiamo qualcosa. Non c’è molto da fare. La verità è che siamo qui solo per mandare i soldi in Georgia, non facciamo nulla per noi”. Mentre era a Bari Anastasia ha ottenuto il permesso di soggiorno. “La famiglia da cui stavo però non voleva pagarmi i contributi, così li ho versati io. Guadagnavo 600 euro al mese, tutto quello che avanzava lo mandavo a casa. Facciamo tutte così: arriviamo con un debito di migliaia di euro, ci vuole almeno un anno per ripagarlo, un altro per dare sostegno alla famiglia, e altri due per garantirsi la sopravvivenza al ritorno. Per altri tre anni non rientrerò. In questo tempo voglio mettere via tutto quello che posso. Se tornassi senza niente questi sforzi non avrebbero senso. Molti miei connazionali tornati in Georgia non hanno trovato lavoro. I governanti non fanno nulla per noi, pensano solo ad arricchirsi. Abbiamo belle case, con bei mobili comprati ai tempi dei russi, abbiamo termosifoni e rubinetti, ma non c’è gas e per riscaldarci usiamo la stufa. Sotto la Russia, eravamo 15 anni più avanti rispetto a oggi. Nel giro di 6 mesi il paese è andato in rovina, anche se ora dicono che siamo liberi”.
Lela vive a Reggio da 5 anni e in Georgia ha lasciato due figli. “Sono partita perché la situazione nel paese è pessima. Sono venuta qui con mia zia: non ero mai stata da nessuna parte e avevo paura a viaggiare sola. Arrivata a Reggio, sono subito andata a San Pellegrino, dove ho conosciuto don Dossetti. In Georgia mi avevano detto che in città c’è una chiesa dove ti ospitano e ti aiutano a trovare un lavoro. Ricordo benissimo quel giorno: mi hanno dato un letto e da mangiare, ho ricevuto un’accoglienza fantastica. Non sapevo la lingua e rischiavo di rimanere isolata, invece lì mi sentivo al sicuro. Imparare l’italiano è stato difficile. Inizialmente lavoravo con una donna malata di tumore al cervello. Ho passato 5 mesi con lei in ospedale, così ho imparato la lingua dalle infermiere”. Lela oggi assiste una signora durante la notte. “Ha 87 anni e a volte mi chiede di stare con lei anche di giorno. Lo faccio volentieri. È un fatto culturale: noi georgiani abbiamo grande rispetto per gli anziani, per questo non facciamo fatica a lavorare con loro”. In Georgia Lela faceva la maestra, ma ha perso il lavoro. “Dopo la separazione dalla Russia si è rovinato tutto. Mia zia insegnava matematica all’università, era contraria al nuovo governo ed è stata licenziata, come molti altri. Molte persone di 60 anni sono state costrette a lasciare tutto e partire. È stata dura venire in Italia: ho due figli, vivono con mia madre, che è anziana e malata. Da qui riesco a mantenerli, ma ho paura a farli venire in Italia, la mia situazione non è stabile e qui la vita è costosa. Però sento che a mia figlia manco: ha un’età in cui puoi fidarti solo della mamma”.
Manana vive a Reggio dal 2001. Nel suo italiano pressoché perfetto racconta: “In Georgia facevo l’impiegata, poi mi hanno licenziato. Prima guadagnavo 60 euro al mese, poi nemmeno quelli. Ottenere il visto è stata un’impresa, è la mafia a gestire tutto. Mi ci sono voluti due anni per individuare le persone giuste, molti fanno promesse ma pochi le mantengono. Alcuni di noi hanno venduto tutto per partire: una mia amica ha messo in vendita la casa, si è affidata alla gente sbagliata e non ha più nulla. Con il suo stipendio di 50 euro deve mantenere tre figlie». Il visto costerebbe 100 dollari, io ne ho pagati 1600. Oggi si arriva a spenderne fino a 5000”. Arrivata in Italia, Manana ha trovato lavoro come donna delle pulizie, ma i soldi non bastavano. “Vai a San Pellegrino, mi hanno consigliato. Lo ricordo benissimo, quel giorno: non sapevo cosa fare, sapevo solo che quel lavoretto non era sufficiente per sopravvivere. Gli unici impieghi disponibili erano di notte. Per due anni ho assistito una signora 92enne che non dormiva mai, una fatica immane”. Nel 2005 arriva il permesso di soggiorno. “Solo così sono potuta rientrare in Georgia dalle mie figlie, le ho lasciate che erano bambine. Di notte sognavo che le rincontravo e non le riconoscevo. Quando ci siamo riviste, piangevamo tutte. Erano così cambiate…”. Ora Manana assiste un’anziana, sempre di notte. “Ho la mia casa, dove vivo con mia figlia minore, che sono riuscita a far venire in Italia con il ricongiungimento familiare, e una coppia georgiana con due bimbi. Il mio stipendio di 700 euro basta a malapena per l’affitto”. Quella delle badanti è una vita di sacrifici: “Molte dopo pochi mesi se ne vanno perché non riescono a mantenere i nervi saldi. Ogni persona che assisti ti distrugge poco a poco. Dopo 9 anni io sono esaurita. Vado dal dottore e gli dico che sono stanca. Sono stanca e preoccupata: le mie energie stanno scomparendo”. Inevitabile pensare al rientro: “Mi chiedo quanti altri anni possa restare qui. Sto aspettando di vedere se cambia qualcosa: mia figlia ha finito l’università e sta cercando lavoro in Georgia, ma è quasi impossibile. Quello che mando a casa aiuta i miei a stare bene, ma lo Stato lascia le famiglie completamente sole. La situazione è drammatica: la gente ha fame e in tanti si suicidano, anche molti giovani”. È tutt’altro che retorica la domanda di Manana: “Il governo fa i suoi giochi, ma noi cosa c’entriamo? Noi vorremmo solo un lavoro per i nostri figli”.
Caterina Tonon
















